Oggi non sapremmo immaginare la nostra vita, professionale e personale, senza tecnologia.
Ma non sempre è stato così.
La strada che ci ha portato fino a qui è fatta di intuizioni, scoperte, visionari.
Un giovedì al mese, proveremo a ripercorrere le tappe più significative, o curiose, che ci hanno consegnato il futuro così come lo conosciamo ora.

#throwbackthursday_aprile 2020

Per chi ricorda le prime scritte tridimensionali su word, ecco il sito giusto per tornare alle atmosfere vintage e anche un po’ nostalgiche di WordArt. Correva l’anno 1995, quando Windows introduceva la possibilità di creare le proprie opere grafiche digitali, che ora tornano in vita grazie al designer Mike McMillian e alla sua pagina Make Wordart, in cui è possibile scrivere con gli stessi font di allora, con tanto di ombreggiatura e l’assistente graffetta.

Il sito web riproduce una classica finestra di Windows 95, ma con maggiori opzioni rispetto a quella originale di 20 anni fa: oltre a salvare le scritte, infatti, è possibile condividerle sui social network e stamparle su magliette, adesivi e anche tazze per una colazione in pieno stile anni Novanta.

Quindi non resta che cliccare e metterci in viaggio tra le mura di casa

#throwbackthursday

https://makewordart.com/

#throwbackthursday_febbraio 2020

“Sembra tu stia scrivendo una lettera. Vuoi aiuto?”
Chi era davanti a un pc alla fine degli anni Novanta, si ritrovava spesso, anche troppo, ad aver a che fare con Clippy, il petulante assistente di Microsoft Word, che appariva non richiesto non appena ti azzardavi a digitare la parola “caro”.
Bill Gates lo annuncia addirittura al CES del 1995, vaticinando: “Il modo con cui vi rapporterete alle macchine sarà diverso”.
Parlava di Clippy, ma a ben vedere anche di ciò che è venuto dopo.
Perché – come scrisse il New York Magazine in un articolo del 2016 https://nym.ag/3bCcyYf – l’attuale presenza di intelligenze artificiali nella nostra vita, da Siri in poi, ha avuto inizio con la fastidiosa graffetta saltellante, che era programmata per capire cosa volesse l’utente e a farlo automaticamente.
Perciò, quando entriamo in casa e chiediamo ad Alexa di accendere la luce, ricordiamoci con gratitudine del povero Clippy, che inseguivamo a colpi di clic lungo tutto lo schermo, per eliminarlo, con soddisfazione, dalla nostra vista.

#throwbackthursday

#throwbackthursday_gennaio 2020

Nell’epoca delle connessioni iperveloci, siamo abituati ad avere una risposta immediata quando entriamo in Rete per qualsiasi tipo di necessità: cercare una strada, prenotare un viaggio, acquistare un libro, ordinare la cena.
Tutto si risolve in pochi secondi. E nel più assoluto silenzio.
Ma basta voltare lo sguardo a soli trent’anni fa e connettersi al web era tutt’altro che un’operazione istantanea e silenziosa.
Dovevi innanzitutto infilare il cavo del modem nella presa telefonica, accendere il computer, aspettare il caricamento dei programmi, aprire la finestra del modem, cliccare sul comando “Connetti” e da lì partiva il suono dell’astronave che ti portava in esplorazione di mondi alieni: ovvero il rumore della connessione del modem 56k.
Il rumore stridulo dei vecchi modem è nella testa di chiunque li abbia usati.
Risentiamolo insieme e godiamoci il silenzio delle discrete e supersoniche connessioni dei nostri giorni!

#throwbackthursday

#throwbackthursday_novembre 2019

Ultrapiatti, flessibili, dallo schermo curvo: gli smartphone sono sempre più tecnologici e diffusi.
Ma non è sempre stato così.
Tutto è iniziato con il Motorola Dynatac 8000x, il primo cellulare realmente portatile, anche se non proprio di dimensioni ridotte, tanto da essere soprannominato “il mattone”: al suo lancio registrava ben 800 grammi di peso!
Ideato da Martin Cooper nel 1973, è stato commercializzato a partire dal 1984 al costo di 3.995 dollari, diventando subito uno status symbol che solo pochi avevano, nella stretta cerchia di top manager e nababbi.
Non a caso la sua prima apparizione da movie star, la fa nel 1987 nelle mani del perfido Gordon Gekko in Wall Street.
Sembrano trascorsi secoli da quando ci sembrava strano incontrare qualcuno per la strada che “parlava da solo”, e invece, dopo solo 30 anni, siamo tutti un po’ come Gordon sulla spiaggia. 

#throwbackthursday_ottobre 2019

Fortnite, Minecraft, Assassin’s Creed, Tomb Rider: anche chi non gioca, sa di cosa stiamo parlando.
Sono videogiochi, tra i più famosi degli ultimi anni: un’industria che interessa più di 2 miliardi di persone al mondo e fattura 135 miliardi di dollari all’anno.
Ma ve lo ricordate come ha avuto inizio tutto questo?
Il 3 agosto 1975 Atari lancia sul mercato la versione domestica della sua consolle da collegare al televisore, dopo le stazioni coin-up per giocare nei bar.
Subito dopo fece il suo ingresso quello che divenne il primo videogame di successo: Pong, il simulatore di Atari di ping pong, da cui ha preso slancio l’industria dei videogiochi.
Quarant’anni fa, niente 3D, motion capture, dolby surround e sceneggiature da film.
Solo una pallina, per di più quadrata, una linea tratteggiata e due barrette: elementi bianchi su sfondo nero.
Fine.
Da lì in poi, è stato un crescendo: le persone si incuriosivano, scoprivano una nuova dimensione di gioco e, anno dopo anno, il mercato è cresciuto fino a diventare attualmente uno dei più profittevoli in circolazione.
E tutto grazie a una noiosa e monotona pallina bianca che faceva avanti e indietro su uno schermo nero.

#throwbackthursday_settembre 2019

227 miliardi nel mondo.
12 miliardi in Italia.
Ogni giorno.
È il volume delle email che vengono scambiate quotidianamente: numero che ci riguarda molto da vicino e che affolla le nostre caselle di posta.
Ma ci credereste che appena 40 anni fa Honeywell acquistò una pagina sui principali magazine americani per spiegare ai suoi clienti “cosa diavolo è un’email?”
Sembrano passate ere geologiche da allora, eppure sono ancora a portata di ricordo le file ai fax per inviare un documento o le interminabili attese del postino, sperando che portasse la lettera che aspettavamo.
Una pubblicità di Honeywell che ora fa sorridere, ma che ci dice che il futuro è dietro l’angolo: basta solo saperlo immaginare.

#throwbackthursday

#throwbackthursday_agosto 2019

“L’invenzione del microprocessore fu un momento fondamentale nella storia dell’elettronica: per la prima volta era possibile costruire un computer con pochissimi soldi”

Era il 1971, quando il mondo come lo conoscevamo è definitivamente cambiato: la Intel annuncia il primo microprocessore al mondo, il 4004.

Inizia così la rivoluzione digitale: computer, server, telefonini, automobili, fotocamere, frigoriferi, radio, tv e moltissimi altri oggetti elettronici di uso quotidiano integrano un piccolo chip che rappresenta il cervello del dispositivo. E il merito di questa rivoluzione pacifica è di un italiano: Federico Faggin.
Fisico, ingegnere, inventore e imprenditore, Faggin raggiunse gli Stati Uniti per lavorare alla Fairchild, nell’ambito di un programma di scambio di ingegneri della durata di sei mesi. Nel febbraio del ’68, Faggin e sua moglie sbarcarono, in piena fioritura, nella valle di Santa Clara: la Silicon Valley era, allora, un’immensa distesa di orti e frutteti.
Da lì, l’avventura che ha portato al primo microprocessore al mondo. Poi arrivarono i suoi successori, l’8008, il 4040 e l’8080, architetture tecnologiche ognuna capace di creare il mondo che conosciamo oggi.
E tutte con le stesse iniziali incise su un angolo: una piccola doppia F, le iniziali del Leonardo della contemporaneità.

#throwbachthursday

#throwbackthursday_luglio 2019

Hai presente i computer superpiatti, dal peso di pochi grammi e che si infilano nella tasca di uno zaino?
Ecco, i primi computer non erano affatto così.
Il primissimo nasce in piena Seconda Guerra Mondiale, grazie a un ingegnere tedesco con l’hobby della pittura: Konrad Zuse.
Niente garage alla Steve Jobs o alla Bill Gates: il primo laboratorio di informatica prende forma nel soggiorno della casa dei genitori di Zuse, che ne finanziarono il progetto.
La prima macchina, lo Z1, pesava una tonnellata per 4 metri quadrati: un enorme calcolatore meccanico, il primo a usare un sistema binario.
Dallo Z1 – che non fu mai in grado di funzionare realmente – Zuse non molla e arriva allo Z2: una macchina elettromeccanica capace di eseguire correttamente i calcoli.
Ma la svolta si ha con lo Z3, il primo computer automatico e programmabile, più veloce e in grado di eseguire calcoli più complicati, che venne presentato a Berlino nel 1941.
Ma c’è la guerra e l’invenzione di Zuse passa pressoché inosservata. Anzi, peggio: venne addirittura distrutta in un bombardamento.
Salvo riapparire negli anni Sessanta, quando Zuse volle ricostruire lo Z3 per rivendicare la paternità del primo computer programmabile.
#throwbackthursday

#facilitymanagement_febbraio 2019

Per Facility Management si intende quella disciplina aziendale, o meglio quel processo di progettazione, di implementazione e di controllo, dove regna la coordinazione fra l’attività aziendale e il contesto lavorativo.

Le facility, vale a dire la sede intesa come edificio e i servizi, sono ben chiari e mirano ad assicurare il miglior standard qualitativo possibile, affinché l’ambiente di lavoro esprima le migliori prestazioni. Il tutto, naturalmente, attraverso l´ottimizzazione dei costi. Alla base vi sono principi di ingegneria, finanza, economia e gestione delle imprese, architettura ed in ultimo, ma non certo per importanza, scienze comportamentali.

Detto in breve, l’approccio del Facility Management è di chiaro stampo americano e si pone l’ambizioso obiettivo di migliorare il livello di efficienza e di efficacia dell’organizzazione, nonché la sua capacità di adattarsi al meglio ai cambiamenti repentini di un mercato al giorno d’oggi sempre più instabile ed imprevedibile, mediante la progettazione, la pianificazione e l’erogazione di servizi che supportino al meglio l’attività aziendale.

Dopo aver messo in evidenza in estrema sintesi cos’è il Facility Management, passiamo a presentare in dettaglio le sue origini, la sua storia e come applicarlo.

Origini e Storia

La nascita del Facility Management risale ai primi anni ’80 negli Stati Uniti. A causa di una congiunzione economica, le imprese nordamericane si ritrovarono in un mercato instabile dove, per via di un’offerta ampiamente variegata, il cambiamento delle esigenze dei consumatori modificò drasticamente il rapporto tra i clienti ed i fornitori.

Il motivo era ricercabile nella scelta sempre più consapevole da parte dei primi. Non bastava quindi un prezzo maggiormente competitivo a decretare il successo o l’insuccesso di un’azienda. C’era dell’altro e precisamente l’assistenza al cliente. Era questo che differenziava in primo luogo un fornitore da un altro.

Quale fu il risultato di questa situazione economica? L´inizio di una forte competitività fra le imprese. Qualche anno dopo, i vertici aziendali constatarono che se non ci fossero stati cambiamenti a livello strategico, le imprese giapponesi avrebbero avuto la meglio per via di un maggior livello tecnologico e per un ciclo di vita dei prodotti decisamente più breve.

Al fine di fronteggiare al meglio il nuovo mercato, urgeva di fatto una trasformazione netta e radicale e non solo qualche semplice ritocco. Per quanto riguardava i processi decisionali, occorreva maggiore velocità di azione. A livello storico, dopo la Seconda Guerra Mondiale, molte imprese avevano investito i loro utili, diventando protagoniste indiscusse in diversi business.

Alcune di queste erano cresciute al punto da diventare a tutti gli effetti delle multinazionali, dirette da una struttura piramidale di tipo gerarchico. Il mercato però, stava cambiando e urgeva ridefinire il concetto di struttura.

Nel nuovo scenario economico, vi erano di sicuro minori costi di produzione, ma i costi di struttura erano saliti in maniera vertiginosa. Inoltre, come un gigante dai piedi di argilla, il tempo di reazione era inadeguato. Va poi detto che l’eccessiva differenziazione dei business aveva prodotto un modello dal controllo piuttosto difficile, per il semplice motivo che la crescita era stata molto più rapida delle previsioni.

Cosa fecero le imprese nordamericane? Optarono per un modello maggiormente flessibile, dove molti dei processi venivano dati a terze parti (outsourcing) e spin-off con l´intento di avere una maggiore stabilità a livello di guida all’interno di un mercato oramai divenuto altamente competitivo. Risultato? Diminuirono i costi fissi, a fronte dei costi variabili.

Con questo modus operandi, le imprese hanno di fatto esternalizzato tutta una serie di processi e di attività che fino a qualche anno addietro venivano gestite internamente. Il valore aziendale di un lavoratore, a maggior ragione, viene riconosciuto a fronte di competenze distintive. Ed, a livello di business, è proprio nell’individuazione del valore uno dei punti di forza del Facility Management.

In definitiva, sono ben tre gli aspetti che contraddistinguono la disciplina del Facility Management: strategico, analitico e gestionale-operativo. Presentiamoli uno ad uno in rapida carrellata.

  • Aspetto strategico: riguarda decisioni inerenti alla gestione dei servizi, all’allocazione delle risorse da utilizzare per il raggiungimento degli obiettivi in base al budget e la scelta del fornitore.
  • Aspetto analitico: riguarda i clienti interni e che necessità hanno riguardo al servizio di riferimento- Più nei dettagli, trattasi del monitoraggio del livello di efficienza del servizio erogato, nella verifica dei risultati di gestione e nell’identificazione delle nuove tecnologie o di metodi innovativi che rendano il business dell’azienda “di successo”. In sostanza, tutto ciò con cui il Facility Management fa per raggiungere gli obiettivi in azienda.
  • Aspetto gestionale-operativo: è focalizzato sul coordinamento della sommatoria dei servizi e definisce sistemi e procedure di implementazione e di erogazione degli stessi.

Per concludere, nel futuro si prospettano opportunità davvero interessanti per il facility manager e per tutte quelle società erogatrici di servizi in outsourcing. L’obiettivo del Facility Manager sarà quello di favorire la flessibilità del lavoro all’interno della sua impresa, aumentando di fatto il livello generale di competitività.

L’obiettivo in questione sarà ancor più facilmente perseguibile, se verranno contenuti i costi di gestione diretta ed indiretta e se i partner, dopo aver condiviso con il committente le varie linee guida, proporranno soluzioni più innovative, volte a migliorare le performance, il livello generale di soddisfazione del cliente e la qualità del servizio offerto. Il tutto, naturalmente, tenendo conto del proprio budget a disposizione.