Per fare un albero ci vuole un seme.
Parafrasando le parole di Gianni Rodari, per fare un’azienda, ci vogliono le persone.
E per fare un’azienda come SMI, ci vogliono persone appassionate, che sappiano guardare nella stessa direzione, ognuna con la sua specificità e ricchezza.
Nel raccontare chi siamo, abbiamo scelto di farlo attraverso chi lavora ogni giorno al sogno di SMI e lo rende realtà.
Piccoli racconti, scorci di vita, che compongono, come tessere di mosaico, una storia collettiva, fatta di mille colori, passioni, provenienze, background: perché nel nostro universo essere differenti è un valore.

#smipeople_Alessia Galli

“Io sono una che non ha paura. Strano a dirsi, perché sono timidissima e quindi proprio non ce l’ho quell’attitudine spavalda e pure un po’ sfrontata dei temerari. Però non ho mai avuto paura di cambiare quando sentivo che un lavoro, una situazione, un posto, non mi facevano star bene o non mi stimolavano.
Ho girato parecchio e fatto mille lavori, anche dog sitter in un allevamento di cani da caccia. Scelta facile per me, cresciuta in montagna, in una casa sul lago di Lecco tra cani, gatti e altri animali. Quasi scontato che tra i miei lavori ce ne fosse uno in cui ricercassi quel rapporto stretto con nasi bagnati, peli ovunque e quegli abbracci che non hanno bisogno di arti umani per farti sentire avvolta. Scontato pure che due di loro siano poi arrivati a casa da me, Moon e Bally, a fare famiglia multi-specie.

Nel mio andare, un giorno ho incrociato SMI.

Da subito ho sentito la forza del gruppo, la voglia di fare insieme, evidente anche quando lavori presso il cliente e quindi lontana dalla sede principale. Nel mio primo giorno di lavoro Francesco è stato il primo ad aiutarmi, ad accompagnarmi come si fa con chi muove i primi passi. Poi ho saputo che anche lui era di SMI. Con Francesca non ci basta nemmeno più vederci ogni giorno al lavoro, così finisce che quando ci salutiamo ci chiediamo: “che facciamo dopo?”. E poi anche Jacopo e gli altri: non mi era mai capitata una cosa così, c’è una collaborazione fuori dal comune.
Durante la prima cena aziendale mi è stato chiesto quale fosse il mio sogno, perché insieme avremmo potuto raggiungerlo.

Io non lo so ancora quale sia il mio, ma percepisco la forza di quello di SMI e la sua spinta a guardare oltre.

E io che andavo ovunque, in cerca di stimoli e relazioni, ora non ho paura di fermarmi”.

ALESSIA

#smipeople_Ivan Siciliano

“Come per molti, tutto ha avuto inizio in un garage, quello di famiglia. Mio padre – impiegato amministrativo – passava le ore, nel suo tempo libero, a riparare pc e io accanto a lui, osservavo, passavo un cacciavite, imparavo.
È così che è cominciata anche per me la passione per l’informatica. Smontare e rimontare era diventato il nostro lessico familiare. Ovvio che poi la scelta della scuola è stata programmatore informatico.
In quegli anni arriva anche il mio garage: niente di che, una stanza di 5 metri per 4, non di più, con scaffali da cui pendevano fili, la sedia nera di ferro con lo schienale imbottito, sempre la stessa, anche ora. Ci passavo più tempo che potevo: riparare un danno era come risolvere un enigma.

A 22 anni apro il mio negozio di informatica. È durata per tre anni e mezzo e poi ho dovuto chiudere. Per me è stato difficile rinunciare, ma non potevo fare altrimenti. Ho cambiato lavoro, dovevo, ma la mia passione era sempre là. E non l’ho mai spenta: è per questo che sono a Roma.

A dicembre 2017 faccio un colloquio con SMI via skype, a gennaio lascio tutto e mi traferisco.
Aspettavo l’occasione giusta e con SMI ho sentito che fosse proprio quella. Ho portato con me il mio pc, lo stesso che ho dal 2010. Non l’ho mai cambiato: era quello che avevo nel mio negozio e ce l’ho con me da allora. Ogni tanto aggiorno qualcosa, ma neanche troppo: lui è sempre lo stesso di quando l’ho comprato.

Adesso è con me a Roma, nel lavoro che speravo, dove mi sento parte di un gruppo. Dove la passione che ho dentro ha finalmente trovato il posto giusto in cui stare”.

IVAN

#smipeople_Simona Gualersi

“Da piccola sono sempre stata insicura, mi nascondevo su tutto. Alle recite a scuola? Non mi si vedeva. C’era una festa? Io stavo sempre nell’angolo più buio. La mia personalità l’ho tenuta in secondo piano a lungo, fino a che, intorno ai vent’anni, ho deciso che dovevo far venire fuori chi ero.

Tutto cambia con un piccolo gruppo teatrale e una rappresentazione al fianco di bambini con disabilità. Da quel momento, mi si è aperto un mondo. La chiave di chi io fossi era nell’aiutare le persone. Non ho potuto frequentare psicologia come avrei voluto, ma non mi sono arresa: ho letto tanto, manuali su manuali, perché volevo capire come stare vicino alle persone.
Ricordo come se fosse oggi la me decenne di un tempo, per mano a mio padre, che saluta dal piazzale del Bambin Gesù mia sorella, in isolamento per epatite dietro la finestra di una stanza di ospedale. Ogni giorno, per 40 giorni, ci guardavamo da lontano e io agitavo la mano per salutarla, per farle capire che ero con lei. E mi dicevo: “un giorno starò lì, dietro il vetro di quella finestra, per stare accanto a chi ne ha bisogno”.
Quella bambina, crescendo, con tutti i suoi manuali, ha capito che per aiutare le persone la prima cosa da fare è ascoltarle.
E così ho iniziato a farlo. Ascoltando, ho imparato a lavorare nei gruppi, a guidarli dando valore al contributo di ciascuno.
Mi piace far emergere il piano collettivo, come quei giochini sulla settimana enigmistica in cui riesci a vedere il disegno generale, solo se connetti tutti i singoli punti tra di loro.

In SMI sono responsabile dell’ufficio gare e dei settori amministrativo e logistico, con un team che lavora con me.
La mia soddisfazione più grande? Rientrare dalle vacanze, trovare l’abbraccio del mio gruppo e sentirmi dire “non vedevo l’ora di rientrare al lavoro”.

Ho sempre creduto che fiducia e felicità dovessero essere parole possibili anche in un posto di lavoro.
E qui lo sono”.

SIMONA

#smipeople_Gian Marco Malfanti

“Il primo approccio che ho avuto con un computer è stato con mio padre quando avevo 5 anni: smontandolo, e poi montandolo di nuovo. Mio padre è un tecnico e si può dire che da lui ho ereditato la passione per tutte le cose elettroniche. Un giorno si è messo vicino a me, mi ha detto “guarda, devi fare così” e abbiamo smontato un suo vecchio pc, uno di quelli di un tempo, che erano delle scatole di scarpe enormi che non immagini. Lo abbiamo preso pezzo dopo pezzo e lo abbiamo messo in un altro computer, aggiungendo altre parti e – magia! – ha ripreso a funzionare.
Per me è stato pazzesco: una cosa che era “morta”, inerte, funzionava di nuovo!
Ecco, posso dire che per me la tecnologia è stata un colpo di fulmine.
Da quel momento ho cominciato a stare sui computer: per me giocare, più che con i videogiochi, era capire come funzionava “il dentro”. Non hai idea dei danni che ho fatto, di quante volte ho rovinato il computer a papà, che poi passava le nottate per rimetterlo a posto. È stata la curiosità la molla che ha mosso sempre tutto: smontavo praticamente ogni cosa. Pure il registratore a cassette di mia sorella: l’ho preso e ho messo le macine del Mulino Bianco sulle rotelline per farle girare.

Con gli anni, ho imparato anche a risolvere i danni che facevo e ho trasferito la mia passione nella scuola: io, che ero destinato al Giulio Cesare – il classico di zona – ho scelto di fare l’istituto tecnico, rinunciando pure agli amici che dalle medie si erano trasferiti in massa al liceo dietro l’angolo.
Se mi chiedi qual è il mio hobby, posso dire che quello che mi piace di più è il mio lavoro, perché ho avuto la fortuna di fare quello che volevo fare da che avevo 5 anni.
Sono diventato un sistemista, la persona che installa e configura server virtuali e fisici.

E dal 2017 lo faccio in SMI, dove per me è come ritrovarsi in una community, perché qui ho ritrovato negli altri – anche in quelli che hanno ruoli meno tecnici – la passione che ho dentro da bambino.
E mi diverto”.

GIAN MARCO

#smipeople_Marco dalla Chiesa

“Essere e fare. Il mio rapporto con la musica si gioca tra questi due verbi.
Io sono un musicista, e lo sono a prescindere dal fatto di salire su un palco, di fronte a un pubblico. È l’urgenza di esprimere qualcosa che non sapresti esprimere in altro modo: dare luce a quella parte di te, che altrimenti rimarrebbe nascosta e a cui non puoi rinunciare. Ma allo stesso tempo faccio musica, perché comporre, fare tournée ti costringe ad avere un metodo, un’organizzazione di tempo, energie, spazi per produrre un risultato. Una cosa molto vicina al mio lavoro, che mi impone di gestire il tempo per raggiungere degli obiettivi.

Ora, se mi chiedessi di definire “chi sono” non c’è modo di dividere “Marco” in compartimenti separati: la musica da una parte e il resto dall’altra. La musica fa parte di me dai tempi della scuola, quelli del primo gruppo, i “Medusa intrinseca”.
Allora ci siamo divertiti come matti, ma poi crescendo c’è chi ha preso altre strade e i Medusa si sono separati. Per un po’, finita quell’esperienza, la musica l’ho messa in stand by.

La svolta c’è stata 5 anni fa. Un incontro con un chitarrista, 5 pezzi scritti di getto, un cd proposto per caso a un produttore senza grandi aspettative, che invece ci ha chiamato e ci ha detto: “mi interessate”. Sono nati così i Game Zero. Nel 2015 arriva il primo album, a cui è seguita un’attività live parecchio intensa, in Italia e all’estero: siamo stati un po’ dappertutto, dall’Ungheria, alla Polonia, alla Russia. In Giappone siamo stati addirittura “band della settimana” in una stazione radio.
A chi mi dice che ha un sogno nel cassetto ma che ormai non è più tempo, io rispondo sempre che no, non è mai troppo tardi. Mai. Ci vuole impegno, fatica, dedizione, ma quando hai una passione dentro non puoi fare altrimenti. E chi vive di passioni, risuona simile e si riconosce.

Non è un caso che la vita mi abbia portato a lavorare in SMI: ho subito sentito nel loro progetto lo stesso “fuoco”, quello di persone appassionate, con l’obiettivo di fare azienda in un modo diverso.
Quella stessa passione che ti fa dire che non c’è fatica che ti possa fermare, non c’è sogno che non si possa realizzare”.

MARCO