Per fare un albero ci vuole un seme.
Parafrasando le parole di Gianni Rodari, per fare un’azienda, ci vogliono le persone.
E per fare un’azienda come SMI, ci vogliono persone appassionate, che sappiano guardare nella stessa direzione, ognuna con la sua specificità e ricchezza.
Nel raccontare chi siamo, abbiamo scelto di farlo attraverso chi lavora ogni giorno al sogno di SMI e lo rende realtà.
Piccoli racconti, scorci di vita, che compongono, come tessere di mosaico, una storia collettiva, fatta di mille colori, passioni, provenienze, background: perché nel nostro universo essere differenti è un valore.

#smipeople_Roberta Lisi

La vita è un ciclo di occasioni, una serie di eventi più o meno fortunati che bisogna saper accettare sempre e comunque con tenacia, fiducia ed ottimismo.

Chiusa una porta si apre un portone, ed è proprio vero! La mia vita è stata caratterizzata sin dalle primissime esperienze da momenti di piena attività alternati a crisi, interruzioni.
Il cambiamento non mi spaventa. Anzi, è fonte di nuove opportunità.

Tutto è iniziato con una sfida vinta con giovani colleghe piene di entusiasmo che poi nel tempo mi ha portato ad assistere ai primi grandi cambiamenti ed al passaggio dal cartaceo al digitale legati alla patente di guida. La “memoria storica” mi definiscono i colleghi del mondo dei trasporti, e saper di aver contribuito a questi processi è davvero stimolante ed entusiasmante.

Il mio lavoro è la mia passione ma il mio sogno nel cassetto è il viaggio. Non riesco a dedicarmi molto alla scoperta di “nuovi mondi”. Le mie giornate si dividono tra la famiglia, la casa ed il lavoro. Resta però sempre importante per me trovare occasioni per attivare nuovi stimoli: le uscite con le amiche e le attività sportive sono i momenti che preferisco.

Nella continua ricerca di quel senso di appartenenza e la voglia di costruire, due anni fa la mia strada si è incrociata con quella di SMI.
E così, come è stato per i diversi momenti significativi della mia vita, ho incontrato SMI “per caso”. In azienda mi occupo di assistenza tecnica per il Ministero dei Trasporti, un ruolo che richiede precisione e che rispecchia il mio lato più pignolo.

Essere parte di SMI per me significa essere tornata da dove ero partita. Aver trovato quell’entusiasmo che avevo lasciato alla Roberta di 25 anni fa. Un senso di appartenenza ritrovato, dove la condivisione dei progetti e degli interessi sono la chiave del successo di squadra. Una squadra fatta di persone. E questo mi piace.

ROBERTA

#smipeople_Riccardo Castrichini

La tecnologia per me è sempre stata la chiave per poter capire meglio la natura fisica del mondo che mi circonda. A guardare la mia formazione, ti potresti chiedere: ma la tecnologia dov’è? Prima l’agrario alle superiori, poi la laurea in Scienze e tecniche sportive: discipline in confronto alle quali il pc sembra un ossimoro. Invece no.
A scuola il mio interesse era tutto per le coltivazioni fuori suolo: capire come controllare l’ambiente per far crescere le piante era possibile solo attraverso la tecnologia. Quest’ultima ritorna nella mia vita con l’esame di Match Analysis all’università: una rivelazione. Studiavo come rendere quantificabile, traducendolo in numeri, il gesto tecnico di un atleta.
Lì si è agganciata la mia passione. Intravedevo nella tecnologia la possibilità di realizzare l’inimmaginabile: provare a rendere descrivibile l’inafferrabile, ovvero il talento innato di un atleta. Da allora il computer è venuto in campo con me, quando ero preparatore atletico specializzato nel settore giovanile.

Ma quello che sapevo, non mi bastava più. Volevo migliorarmi e imparare: è così che inizia la mia avventura in SMI.

Qui mi sento come in palestra: imparo continuamente cose nuove, mi confronto con sfide sempre diverse. Siamo un gruppo affiatato: anche adesso che siamo costretti a stare distanti, ci sentiamo tutti i giorni. Ci siamo sempre l’uno per l’altro, a “testuggine”.

E per me, che ho sempre considerato la squadra la dimensione ideale per lo sport, è come continuare a indossare gli scarpini dietro lo schermo di un pc.

#smipeople_Francesca Ostili

“Se c’è una cosa che mi affascina è il potere delle parole.
Le cerco negli incontri con le persone, nei libri di cui non riesco a fare a meno e da un po’ le scrivo pure nelle recensioni, che per me è come condividere un’emozione.
Alla lettura vorace di ora ci sono arrivata con la nascita di mia figlia. Prima ero presa dal lavoro, dalla palestra. La sera, mentre le ero vicina aspettando che si addormentasse, leggevo con le lucine fatte apposta per la lettura “carbonara”. E così le pagine si sono accumulate nella mia vita e sono diventate anche lo strumento per avvicinare quella degli altri: alla fine mi è sembrato naturale entrare a far parte del circolo di lettura della biblioteca del mio quartiere.
Leggiamo lo stesso libro e poi ne parliamo, tirando fuori le nostre sensazioni, intrecciandole, come in una sinfonia collettiva, perché le parole per me sono soprattutto musica: la musica che risuona anche dopo che hai chiuso l’ultima pagina, che mi appunto ovunque, per riprodurne il suono quando ne ho bisogno, come quando senti la stessa canzone perchè non riesci a farne a meno.
E poi la lettura ti educa all’ascolto, a fare spazio dentro di te per le parole dell’altro.
Per SMI mi occupo di assistenza IT da remoto: nel mio lavoro è fondamentale ascoltare, trovare le parole giuste per sciogliere la difficoltà del momento. Ora lo sto facendo per i dipendenti del Ministero della Salute: ne sono orgogliosa.

Noi tutti in SMI stiamo cercando di dare il nostro contributo in questo periodo complicato, mettendo nel lavoro quotidiano la nostra attitudine a fare squadra, e quell’attenzione alle parole giuste, capaci di risuonare anche da un capo all’altro del telefono e dire: noi ci siamo per te”.

FRANCESCA

#smipeople_Gianpaolo Tuzzo

“La mia vita ha sempre camminato su un doppio binario: la passione per l’informatica e quella per la musica. I computer erano lo strumento con cui potenziare la mia esperienza con i videogiochi: mi informavo sulle ram, sui requisiti minimi per giocare, volevo capire come erano fatti dentro per migliorarne le prestazioni. A tredici anni, come regalo di compleanno, ho chiesto una scheda video: me la sono montata da solo per giocare a Splinter Cell. Poi negli anni dell’università, la tecnologia si intreccia con la mia altra passione, quella fatta di note. Mi trasferisco da Messina a Roma per studiare ingegneria del suono: facevo già il deejay e volevo capirne la parte tecnica.

La musica mi accompagna da sempre: piccolissimo, il mio gruppo preferito erano i Nirvana, introdotti da mia sorella più grande.
E anche per ascoltare la musica avevo bisogno di un computer: la mia playlist era in digitale, e io l’avevo ordinata tutta con le copertine, per me indispensabili. Da ragazzo scopro un duo di deejay, i 2manydjs: mixavano musica classica tipo i Beatles con l’elettronica, mettevano le copertine dei dischi e le animavano. Ne ero rapito.
Li ritroverò il prossimo giugno a Barcellona, al Sonar, dove faranno solo dj set in vinile: la tecnologia che recupera e migliora l’esperienza del passato.
Se dovessi individuare un denominatore comune per le mie due passioni, direi che è la necessità di cercare stimoli.

È questa fame di imparare, di espormi al nuovo che mi ha portato in SMI, il 24 giugno 2019, giorno del mio onomastico: davvero un bel regalo.
Rispetto alle mie esperienze precedenti, qui senti subito che non sei considerato solo un numero di matricola, ma sei una persona a cui viene prestato ascolto e attenzione.

In SMI ti viene non solo riconosciuto un valore, ma ti aiutano a farlo crescere, perché non c’è altro modo per diventare grandi”.

GIANPAOLO

#smipeople_Thomas Settimi

“In genere un informatico te lo immagini come un tipo quadrato, che ragiona a codice binario: solo sequenze di zero e uno. Invece per me l’informatica si è sempre unita alla fantasia, alla capacità di costruire mondi.
Per anni il computer – il commodore 64 – è stato la mia porta di accesso a universi paralleli. Sono stato un appassionato giocatore di MMORPG – Multimedia Massive Online Role Play Game. Nel primo, il più famoso, World or Warcraft, impersonavo uno sciamano. Ci giocavo con gli amici, studiando l’identità del mio personaggio e le interazioni con gli altri. Una partita poteva durare mesi, in un intreccio imprevedibile di soluzioni che venivano fuori dalla creatività dei giocatori. È così che ho cominciato a scrivere, grazie alla mia passione per i videogiochi.
E la scrittura anni dopo è stata la chiave di accesso alla mia professione di oggi.

Erano gli anni dell’università: per guadagnare qualcosa ho iniziato a recensire smartphone per due blog di tecnologia. Da lì è scaturita la mia professione, mettendo insieme tutte le mie passioni – le parole, l’informatica, le persone – e la voglia di imparare sempre.

E come nel gioco del domino, in cui l’ultima tessera determina il movimento della successiva, è stata la necessità di continuare a imparare che mi ha portato, da pochissimo, in SMI.

Cercavo un ambiente di lavoro in cui si prestasse attenzione alla qualità delle relazioni: la sera volevo tornare a casa con la consapevolezza di aver passato il tempo non a sopravvivere ma di averlo speso nel miglior modo possibile. Con il passare degli anni impari a volerti un po’ più bene e ti rendi conto che il tempo di lavoro è tempo di vita, l’unica che hai. In SMI mi sono subito sentito nel posto giusto: i rapporti tra di noi sono fantastici, con tutti. E anche dal punto di vista tecnico, sto crescendo tanto, mentre prima mi sentivo fermo.

Se dovessi utilizzare una delle parole che amo per descrivere SMI, sceglierei questa: valore, alle persone e al tempo che si passa insieme.

E non puoi desiderare di “giocare” una partita migliore”.

THOMAS

#smipeople_Alessia Galli

“Io sono una che non ha paura. Strano a dirsi, perché sono timidissima e quindi proprio non ce l’ho quell’attitudine spavalda e pure un po’ sfrontata dei temerari. Però non ho mai avuto paura di cambiare quando sentivo che un lavoro, una situazione, un posto, non mi facevano star bene o non mi stimolavano.
Ho girato parecchio e fatto mille lavori, anche dog sitter in un allevamento di cani da caccia. Scelta facile per me, cresciuta in montagna, in una casa sul lago di Lecco tra cani, gatti e altri animali. Quasi scontato che tra i miei lavori ce ne fosse uno in cui ricercassi quel rapporto stretto con nasi bagnati, peli ovunque e quegli abbracci che non hanno bisogno di arti umani per farti sentire avvolta. Scontato pure che due di loro siano poi arrivati a casa da me, Moon e Bally, a fare famiglia multi-specie.

Nel mio andare, un giorno ho incrociato SMI.

Da subito ho sentito la forza del gruppo, la voglia di fare insieme, evidente anche quando lavori presso il cliente e quindi lontana dalla sede principale. Nel mio primo giorno di lavoro Francesco è stato il primo ad aiutarmi, ad accompagnarmi come si fa con chi muove i primi passi. Poi ho saputo che anche lui era di SMI. Con Francesca non ci basta nemmeno più vederci ogni giorno al lavoro, così finisce che quando ci salutiamo ci chiediamo: “che facciamo dopo?”. E poi anche Jacopo e gli altri: non mi era mai capitata una cosa così, c’è una collaborazione fuori dal comune.
Durante la prima cena aziendale mi è stato chiesto quale fosse il mio sogno, perché insieme avremmo potuto raggiungerlo.

Io non lo so ancora quale sia il mio, ma percepisco la forza di quello di SMI e la sua spinta a guardare oltre.

E io che andavo ovunque, in cerca di stimoli e relazioni, ora non ho paura di fermarmi”.

ALESSIA

#smipeople_Ivan Siciliano

“Come per molti, tutto ha avuto inizio in un garage, quello di famiglia. Mio padre – impiegato amministrativo – passava le ore, nel suo tempo libero, a riparare pc e io accanto a lui, osservavo, passavo un cacciavite, imparavo.
È così che è cominciata anche per me la passione per l’informatica. Smontare e rimontare era diventato il nostro lessico familiare. Ovvio che poi la scelta della scuola è stata programmatore informatico.
In quegli anni arriva anche il mio garage: niente di che, una stanza di 5 metri per 4, non di più, con scaffali da cui pendevano fili, la sedia nera di ferro con lo schienale imbottito, sempre la stessa, anche ora. Ci passavo più tempo che potevo: riparare un danno era come risolvere un enigma.

A 22 anni apro il mio negozio di informatica. È durata per tre anni e mezzo e poi ho dovuto chiudere. Per me è stato difficile rinunciare, ma non potevo fare altrimenti. Ho cambiato lavoro, dovevo, ma la mia passione era sempre là. E non l’ho mai spenta: è per questo che sono a Roma.

A dicembre 2017 faccio un colloquio con SMI via skype, a gennaio lascio tutto e mi traferisco.
Aspettavo l’occasione giusta e con SMI ho sentito che fosse proprio quella. Ho portato con me il mio pc, lo stesso che ho dal 2010. Non l’ho mai cambiato: era quello che avevo nel mio negozio e ce l’ho con me da allora. Ogni tanto aggiorno qualcosa, ma neanche troppo: lui è sempre lo stesso di quando l’ho comprato.

Adesso è con me a Roma, nel lavoro che speravo, dove mi sento parte di un gruppo. Dove la passione che ho dentro ha finalmente trovato il posto giusto in cui stare”.

IVAN

#smipeople_Simona Gualersi

“Da piccola sono sempre stata insicura, mi nascondevo su tutto. Alle recite a scuola? Non mi si vedeva. C’era una festa? Io stavo sempre nell’angolo più buio. La mia personalità l’ho tenuta in secondo piano a lungo, fino a che, intorno ai vent’anni, ho deciso che dovevo far venire fuori chi ero.

Tutto cambia con un piccolo gruppo teatrale e una rappresentazione al fianco di bambini con disabilità. Da quel momento, mi si è aperto un mondo. La chiave di chi io fossi era nell’aiutare le persone. Non ho potuto frequentare psicologia come avrei voluto, ma non mi sono arresa: ho letto tanto, manuali su manuali, perché volevo capire come stare vicino alle persone.
Ricordo come se fosse oggi la me decenne di un tempo, per mano a mio padre, che saluta dal piazzale del Bambin Gesù mia sorella, in isolamento per epatite dietro la finestra di una stanza di ospedale. Ogni giorno, per 40 giorni, ci guardavamo da lontano e io agitavo la mano per salutarla, per farle capire che ero con lei. E mi dicevo: “un giorno starò lì, dietro il vetro di quella finestra, per stare accanto a chi ne ha bisogno”.
Quella bambina, crescendo, con tutti i suoi manuali, ha capito che per aiutare le persone la prima cosa da fare è ascoltarle.
E così ho iniziato a farlo. Ascoltando, ho imparato a lavorare nei gruppi, a guidarli dando valore al contributo di ciascuno.
Mi piace far emergere il piano collettivo, come quei giochini sulla settimana enigmistica in cui riesci a vedere il disegno generale, solo se connetti tutti i singoli punti tra di loro.

In SMI sono responsabile dell’ufficio gare e dei settori amministrativo e logistico, con un team che lavora con me.
La mia soddisfazione più grande? Rientrare dalle vacanze, trovare l’abbraccio del mio gruppo e sentirmi dire “non vedevo l’ora di rientrare al lavoro”.

Ho sempre creduto che fiducia e felicità dovessero essere parole possibili anche in un posto di lavoro.
E qui lo sono”.

SIMONA

#smipeople_Gian Marco Malfanti

“Il primo approccio che ho avuto con un computer è stato con mio padre quando avevo 5 anni: smontandolo, e poi montandolo di nuovo. Mio padre è un tecnico e si può dire che da lui ho ereditato la passione per tutte le cose elettroniche. Un giorno si è messo vicino a me, mi ha detto “guarda, devi fare così” e abbiamo smontato un suo vecchio pc, uno di quelli di un tempo, che erano delle scatole di scarpe enormi che non immagini. Lo abbiamo preso pezzo dopo pezzo e lo abbiamo messo in un altro computer, aggiungendo altre parti e – magia! – ha ripreso a funzionare.
Per me è stato pazzesco: una cosa che era “morta”, inerte, funzionava di nuovo!
Ecco, posso dire che per me la tecnologia è stata un colpo di fulmine.
Da quel momento ho cominciato a stare sui computer: per me giocare, più che con i videogiochi, era capire come funzionava “il dentro”. Non hai idea dei danni che ho fatto, di quante volte ho rovinato il computer a papà, che poi passava le nottate per rimetterlo a posto. È stata la curiosità la molla che ha mosso sempre tutto: smontavo praticamente ogni cosa. Pure il registratore a cassette di mia sorella: l’ho preso e ho messo le macine del Mulino Bianco sulle rotelline per farle girare.

Con gli anni, ho imparato anche a risolvere i danni che facevo e ho trasferito la mia passione nella scuola: io, che ero destinato al Giulio Cesare – il classico di zona – ho scelto di fare l’istituto tecnico, rinunciando pure agli amici che dalle medie si erano trasferiti in massa al liceo dietro l’angolo.
Se mi chiedi qual è il mio hobby, posso dire che quello che mi piace di più è il mio lavoro, perché ho avuto la fortuna di fare quello che volevo fare da che avevo 5 anni.
Sono diventato un sistemista, la persona che installa e configura server virtuali e fisici.

E dal 2017 lo faccio in SMI, dove per me è come ritrovarsi in una community, perché qui ho ritrovato negli altri – anche in quelli che hanno ruoli meno tecnici – la passione che ho dentro da bambino.
E mi diverto”.

GIAN MARCO

#smipeople_Marco dalla Chiesa

“Essere e fare. Il mio rapporto con la musica si gioca tra questi due verbi.
Io sono un musicista, e lo sono a prescindere dal fatto di salire su un palco, di fronte a un pubblico. È l’urgenza di esprimere qualcosa che non sapresti esprimere in altro modo: dare luce a quella parte di te, che altrimenti rimarrebbe nascosta e a cui non puoi rinunciare. Ma allo stesso tempo faccio musica, perché comporre, fare tournée ti costringe ad avere un metodo, un’organizzazione di tempo, energie, spazi per produrre un risultato. Una cosa molto vicina al mio lavoro, che mi impone di gestire il tempo per raggiungere degli obiettivi.

Ora, se mi chiedessi di definire “chi sono” non c’è modo di dividere “Marco” in compartimenti separati: la musica da una parte e il resto dall’altra. La musica fa parte di me dai tempi della scuola, quelli del primo gruppo, i “Medusa intrinseca”.
Allora ci siamo divertiti come matti, ma poi crescendo c’è chi ha preso altre strade e i Medusa si sono separati. Per un po’, finita quell’esperienza, la musica l’ho messa in stand by.

La svolta c’è stata 5 anni fa. Un incontro con un chitarrista, 5 pezzi scritti di getto, un cd proposto per caso a un produttore senza grandi aspettative, che invece ci ha chiamato e ci ha detto: “mi interessate”. Sono nati così i Game Zero. Nel 2015 arriva il primo album, a cui è seguita un’attività live parecchio intensa, in Italia e all’estero: siamo stati un po’ dappertutto, dall’Ungheria, alla Polonia, alla Russia. In Giappone siamo stati addirittura “band della settimana” in una stazione radio.
A chi mi dice che ha un sogno nel cassetto ma che ormai non è più tempo, io rispondo sempre che no, non è mai troppo tardi. Mai. Ci vuole impegno, fatica, dedizione, ma quando hai una passione dentro non puoi fare altrimenti. E chi vive di passioni, risuona simile e si riconosce.

Non è un caso che la vita mi abbia portato a lavorare in SMI: ho subito sentito nel loro progetto lo stesso “fuoco”, quello di persone appassionate, con l’obiettivo di fare azienda in un modo diverso.
Quella stessa passione che ti fa dire che non c’è fatica che ti possa fermare, non c’è sogno che non si possa realizzare”.

MARCO