In SMI siamo curiosi di innovazione: mettiamo il naso ovunque per capire cosa accadrà.
Un appuntamento al mese per andare in esplorazione di quello che sarà, per parlare del futuro che sta già accadendo: le nuove frontiere della tecnologia, intelligenza artificiale, ibridazioni uomo-macchina.

Smart clothing: il domani è indossabile

Un futuro senza smartphone in mano è vicino e possibile. Ma solo perché a sostituirlo ci saranno i nostri vestiti. A monitorare il nostro battito cardiaco saranno delle magliette, a dirci di mettere la crema solare un costume da bagno, a farci notare che stiamo correndo troppo veloce un paio di calzini. Si chiama smart clothing.

Continua la nostra serie “3 nuove tecnologie che ci cambieranno la vita” con un approfondimento che ci riporta alle sneaker autoallaccianti di Ritorno al futuro. Parte seconda. Se la volta scorsa abbiamo parlato delle batterie alimentate a CO2 e di come ci aiuteranno a combattere il riscaldamento globale (tema più che mai attuale, visti anche i contenuti dell’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico), in questa seconda puntata esploriamo un sogno che tutti abbiamo fatto da bambini: i vestiti intelligenti.

Nel giro di qualche anno, la maggior parte delle funzionalità dei dispositivi che abbiamo sempre tra le mani sarà con tutta probabilità inglobata nei capi d’abbigliamento quotidiani. Tutto o quasi, dal semplice cronometro alla visualizzazione delle mail, sarà parte integrante del concetto di smart clothing. Vediamo insieme i primi casi di successo del settore.

I leggins, per essere più precisi

Grazie a sensori aptici, che permettono il riconoscimento degli oggetti attraverso il tatto, una startup australiana ha creato dei pantaloni per la pratica dello yoga in grado di correggere la postura di chi li indossa. La tecnologia riesce a identificare le varie posizioni e fornire un feedback agli utenti tramite vibrazioni delicate sul corpo.

La giacca, meglio di una app

Jacquard™ è la prima piattaforma made in Google di tecnologia digitale su larga scala creata per lo smart clothing, le calzature e altri oggetti di uso quotidiano.

Un famosissimo brand americano l’ha già sperimentata su una giacca, sulle cui maniche sono già state previste aree sensibili al tocco mediante le quali si può interagire con una varietà di servizi, tra cui app musicali e mappe. Si possono rifiutare chiamate telefoniche e ottenere indicazioni con un semplice tocco o uno swipe, senza mai metter mano allo smartphone.

Per i vestiti sempre connessi, la priorità è la salute

A breve, dunque, sensori e microchip si faranno sempre più piccoli fino ad entrare nelle fibre dei tessuti, permettendoci da un lato di rimanere sempre connessi e, dall’altro, di monitorare costantemente la nostra qualità della vita.

C’è il pigiama che aiuta la rigenerazione cellulare, il reggiseno in grado di rilevare le cellule tumorali… L’idea di un abbigliamento intelligente ci piace in primis perché unisce l’innovazione ai bisogni delle persone, ci avvicina cioè al concetto di tecnologia pensata dalle persone per le persone. In secondo luogo, perché per SMI il sogno e l’immaginazione che si fanno concreti sono uno stimolo inesauribile per raggiungere la forma migliore di noi stessi, per crescere ed evolvere. E qualsiasi ritrovato della tecnologia capace di farci sognare, per noi, vale doppio.

Batterie alimentate a CO2: un freno ai cambiamenti climatici

Gli ultimi decenni sono stati segnati da un rapido susseguirsi di innovazioni digitali che hanno rivoluzionato la nostra società, le nostre abitudini e il nostro modo di pensare.

Quando parliamo di nuove tecnologie tendiamo a pensare solo a quelle che hanno avuto un impatto a livello globale, dimenticandoci delle novità che hanno trasformato le nostre giornate.

Con questo articolo inauguriamo la serie “3 nuove tecnologie che ci cambieranno la vita”, in cui presenteremo le rivoluzioni che modificheranno – o stanno già modificando – entrambe le facce della medaglia: la routine di tutti i giorni e la collettività.

In futuro, l’anidride carbonica diventerà energia

Da nemico numero uno a preziosa alleata: in un futuro molto prossimo, l’anidride carbonica potrebbe giocare un ruolo decisivo nella lotta al riscaldamento globale.

Il danneggiamento dello strato di ozono, l’acidificazione degli oceani e l’aumento della temperatura terrestre sono solo alcuni dei danni causati dall’eccessiva presenza di CO2 nell’atmosfera. Per questo mitigare i cambiamenti climatici dovrebbe essere l’obiettivo primario delle aziende del campo innovazione.

“La concentrazione in atmosfera di CO2 è oggi pari a circa 390 ppm con un ritmo di crescita (in aumento) di 2,5 ppm annue, dove ppm significa parti per milione, ovvero per ogni milione di particelle di varia natura, presenti in atmosfera, 390 sono di anidride carbonica.” (fonte ENEA – Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile).

L’aria che respiriamo ogni giorno è satura di biossido di carbonio. Preoccupazioni per tali quantità di gas hanno già portato all’invenzione di diversi processi per la cattura e lo stoccaggio di CO2, ma la crisi climatica in atto ci chiede uno sforzo maggiore. Il passo successivo non poteva che essere la ricerca di una modalità per il riutilizzo dell’anidride carbonica.

I processi di cattura del diossido di carbonio, in una batteria

A pensarci è stato un team di ingegneri del Massachusetts Institute of Technology, che ha cominciato a lavorare su delle batterie alimentate a CO2 composte da litio, carbonio e un elettrolita in grado di trasformare l’anidride carbonica in energia.

Guidato dalla professoressa Betar Gallant, il gruppo di ricerca ha realizzato un prototipo di batteria che sebbene al momento sia ancora in fase di studio, promette già di essere uno dei nostri più fidati compagni per un domani più green.

La ricerca ha impiegato in modo innovativo la tecnologia già esistente per i processi di cattura del diossido di carbonio (CCS – Carbon capture and storage) e l’ha applicata ai sistemi di batterie, aggirando potenzialmente alcune criticità legate al costo elevato per la cattura del carbonio e all’inefficienza delle precedenti batterie basate sulla CO2.

Le batterie sono fatte essenzialmente di tre componenti principali: un catodo, che fornisce elettroni; un anodo, che riceve elettroni; e un elettrolita, sostanza che conduce l’elettricità tra l’anodo e il catodo. I ricercatori del MIT hanno utilizzato i processi di cattura del carbonio proprio per realizzare un elettrolita a base di CO2, dando luce a delle batterie in grado di usare il gas serra allo stato liquido.

L’innovazione accessibile a tutti

Per quanto precisa, la ricerca deve ancora essere perfezionata e produzione e commercializzazione delle batterie sono ancora lontane. I primi prototipi realizzati dai ricercatori riescono a sostenere solo un numero limitato di cicli di carica e scarica, ma la strada di questo progetto sembra comunque essere già in discesa.

La tecnologia della cattura e dello stoccaggio del carbonio è attiva già da tempo anche in contesti macro, come le centrali termoelettriche e i siti industriali.

Lo sviluppo di applicazioni su scala più piccola, come queste batterie, esemplifica perfettamente quello che noi intendiamo per innovazione: uno sguardo verso il futuro che punti a un cambio radicale della quotidianità del singolo, in concomitanza con una crescita sostenibile del pianeta.

Le batterie alimentate a CO2 sono un rimando diretto al concetto di #humantech che ci identifica. Alla nostra volontà di lavorare per una completa integrazione tra tecnologia e umanità, all’idea per cui la vera innovazione è quella fatta dall’uomo per l’uomo.

La realtà aumentata nello store e oltre

Le applicazioni di realtà aumentata interessano sempre di più gli store, non solo per fornire una esperienza immersiva sui prodotti e attirare nuovi clienti ma anche per ottimizzare gli spazi del negozio, gestire il magazzino e rendere disponibili, almeno virtualmente, un’infinità di articoli.

Possiamo definire la realtà aumentata (abbreviato AR, Augmented Reality) come l’integrazione di informazioni digitali con l’ambiente dell’utente in tempo reale.

Mentre la realtà virtuale crea un ambiente totalmente artificiale, l’AR utilizza l’ambiente esistente per sovrapporvi nuove informazioni.

Quando si parla di realtà aumentata negli store, una delle cose che possono venirci in mente è lo specchio magico (magic mirror), uno strumento già sperimentato con successo nel settore dell’abbigliamento, e che ha suscitato grande curiosità in occasione dell’inaugurazione di alcuni retail. All’apparenza può trattarsi di un normale specchio, dove però possiamo ammirare la nostra immagine riflessa mentre indossa la versione virtuale di un capo che vorremmo acquistare.

Analogamente, un cliente che scarica l’app AR dello store potrebbe inquadrare con lo smartphone i suoi piedi e calzare virtualmente un modello di sneaker che deve ancora arrivare in negozio, per poi decidere di prenotarlo.

Grazie alle applicazioni in AR, i consumatori potrebbero, per esempio, inquadrare il prodotto in un supermercato e ottenere in sovrimpressione informazioni nutrizionali più approfondite, leggere opinioni, recensioni ma anche divertirsi con animazioni pubblicitarie che nascono dal packaging.

Ma come la realtà aumentata potrà estendere la nostra esperienza oltre il contesto di uno store? Che sia attraverso uno smartphone, un tablet o un magic mirror, una delle grandi sfide che l’AR affronterà nel corso dei prossimi anni sarà sicuramente quella di ampliare la conoscenza e i modi con cui ne potremo accedere.

L’estensione del reale attraverso il digitale aprirà nuove strade alla trasformazione culturale che coinvolgerà sia il mondo dell’intrattenimento che quello professionale, ma nel contempo potrà fornire un valido contributo anche nel contesto sociale, se pensiamo all’accessibilità delle informazioni come capacità di ottenerle anche da parte di persone con particolari difficoltà. E mai come in questi ultimi anni il mondo della sanità ha conosciuto un’evoluzione così grande in fatto di strumenti digitali.

La visione di un progresso tecnologico che possa davvero contribuire al progresso sociale, passa attraverso un’idea più umana del futuro digitale che senz’altro coinvolgerà in modo sempre più determinante sia la Realtà aumentata che le altre tecnologie immersive come la realtà virtuale. 

Smart City, come saranno le città del futuro già presente?

Si è parlato diffusamente di città del futuro nel corso dell’ultima edizione della Milano Digital Week, da poco conclusa. Durante i diversi panel, abbiamo sentito spesso parole come smart city, green mobility e sostenibilità, termini che peraltro sono entrati nel linguaggio quotidiano. Ma cosa vogliono dire esattamente? Dietro alla terminologia specifica, italiana o inglese che sia, c’è un mondo.

Quando si parla di “città intelligente”, non ci si riferisce solo a un ambiente avanzato tecnologicamente. La smart city gestisce le risorse in modo intelligente, appunto, mette in campo politiche per diventare economicamente sostenibile ed energeticamente autosufficiente, sempre con la dovuta attenzione alla qualità della vita e ai bisogni degli abitanti. Insomma, non si tratta solo di essere al passo con le innovazioni e con la rivoluzione digitale, ma di costruire il futuro degli spazi urbani tenendo presente il benessere dell’essere umano, quanto quello dell’ambiente. E non solo perché la pandemia di Covid-19 ci ha costretto a ripensare il concetto di smart city (nelle nostre città, anche in quelle più intelligenti, ci ammaliamo – non solo di coronavirus. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno nel mondo muoiono circa 8 milioni di persone per cause attribuibili all’inquinamento atmosferico).

Domani, e non tra cento anni, saranno questi i parametri per rendere o meno attrattive le città.

Noi di SMI diremmo che una smart city ricalca alla perfezione il concetto di #HumanTech: tecnologia fatta da persone per le persone, e che non sia un fine ma un mezzo per contribuire allo stare bene e al trovare una soluzione a bisogni pratici.

Una città così concepita è accogliente, inclusiva, digitalizzata e non spreca energia, cibo e risorse; garantisce un mobilità fluida e sicura, usa fonti rinnovabili e produce emissioni vicine allo zero; gestisce i (pochissimi) rifiuti in modo sostenibile; offre ampi spazi verdi e costruisce secondo le logiche della bioedilizia; mette a disposizione servizi essenziali, per ogni cittadino, in un raggio contenuto e favorisce lo smart working; infine, è integrata con sensori che permettono di amministrarla in modo più efficiente, grazie alla raccolta di dati in tempo reale.

Aspetto altrettanto importante è che una città intelligente coltiva lo sviluppo tecnologico anche per rafforzare il senso civico e i legami di comunità sul territorio tra i cittadini. Siti, app e social diventano l’occasione per migliorare il livello di associazione e partecipazione delle persone alla gestione del bene comune.

Fonti per approfondimento:
https://www.rinnovabili.it/greenbuilding/smart-city/
https://www.wwf.it/chi_siamo/organizzazione/come_lavoriamo/citta_sostenibili/
https://www.savetheplanet.green/citta-sostenibili-cosa-sono/
https://corporate.enel.it/it/storie

Il potere del gioco: coinvolgere, stimolare e aggregare persone con la gamification

Vi è mai capitato di osservare qualcuno mentre sta giocando a un videogame? Provate, e vi accorgerete che la sua immersione, a livello emotivo e motivazionale, sarà molto più profonda di quanto potevate immaginare. Questo perché starete guardando una persona mentre vive da protagonista, in prima persona, l’esperienza della vita nelle sue fasi di iniziazione, formazione, costruzione.

I videogiochi – con buona pace di accademici e opinionisti conservatori – sono l’espressione massima del potere delle storie: ci rende protagonisti di una realtà che possiamo plasmare come vogliamo e dove possiamo essere la versione migliore di noi stessi. Level up o game over sono solo messaggi sullo schermo, ma dentro ciascun giocatore diventano motivo di gioia o rabbia, soddisfazione o frustrazione, appagamento o voglia di riprovarci. Le stesse emozioni che proviamo nella vita vera, solo che la rete permette di condividere questo bagaglio emotivo con milioni di persone nel mondo nello stesso istante.

I videogiochi, i giochi in genere, sono sempre progettati per le persone a partire dalle loro motivazioni. Ecco perché ricreare la modalità (video) ludica in ambienti fisici o digitali in cui sono centrali l’esperienza e il coinvolgimento significa assecondare, al suo livello più alto, una predisposizione biologica dell’essere umano: giocare per conoscere il mondo. Come si chiama tutto questo? Gamification.

Il game design consiste, tra le altre cose, nel progettare occasioni per le persone che riproducano il senso di sfida (challenge), l’imprevedibilità, il riscontro in tempo reale, le logiche della premialità e soprattutto la percezione di essere protagonisti, attraverso le proprie scelte, di una narrazione condivisa. Le challenge infatti sono attivatori di due tra le più forti pulsioni umane: il senso di appartenenza e il mettersi alla prova per superare i propri limiti.

Ecco quindi che la gamification è il fattore dirompente che può migliorare situazioni non ludiche: rende stimolanti e coinvolgenti le attività in luoghi come musei, scuole, università, enti pubblici, aziende; ancora, può contribuire ad aumentare la produttività sul lavoro, velocizzare l’apprendimento o la fidelizzazione, e stimolare comportamenti positivi.

Il coinvolgimento – engagement, per dirla con linguaggio social – è e sarà sempre più il motore di questo secolo. Perché è sinonimo di attrazione. Non per nulla un numero sempre maggiore di aziende, enti e associazioni, dalla finanza alla salute, dall’educazione al commercio, ricorrono già ai principi ludici della gamification per relazionarsi con il proprio pubblico e con i propri dipendenti.

Se volete approfondire questi temi, vi consigliamo la lettura del libro di Fabio Viola e Vincenzo Idone Cassone “L’arte del coinvolgimento. Emozioni e stimoli per cambiare il mondo”, edito da Hoepli.

#eotf_dicembre2020

Siamo nel pieno delle vacanze natalizie e quest’anno più che mai trascorreremo gran parte del nostro tempo libero a guardare film e serie tv. D’altra parte l’offerta non manca, considerando le numerose piattaforme in grado di offrire ampi cataloghi di commedie, programmi e serie di ogni genere. Netflix è una fra queste e senza dubbio una delle più amate dagli utenti. Le serie tv finanziate e trasmesse da questa piattaforma sono infatti quasi sempre prodotti di grande successo, riuscendo a incontrare il gradimento di un numero davvero molto ampio di persone. In realtà non si tratta di fortuna né di semplice casualità, ma di una vera e propria pianificazione che ha origine dall’analisi dei Big Data. A differenza di quanto accadeva in passato con le grandi produzione televisive, aziende come Netflix hanno infatti a disposizione un’enorme mole di informazioni sui propri utenti.

Si tratta dei Big Data, che offrono una panoramica sui comportamenti e i gusti degli spettatori in maniera precisa e dettagliata. In particolare, Netflix ha dichiarato di fare affidamento ad un meccanismo che prende il nome di “transfer learning”, ovvero un sistema di apprendimento automatico che consente di trasferire quanto appreso su un determinato target ad un nuovo pubblico potenziale. Per le varie tematiche trattate viene creata una “mappa di similitudine” tramite l’intelligenza artificiale, che tiene conto di metadati, tag e riassunti che, a loro volta, consentono di determinare collegamenti tra le varie serie e catalogarle.

Si tratta perciò di uno strumento di marketing dalle grandi potenzialità, grazie al quale è possibile conoscere in anticipo le probabilità di successo di una serie tv. Un potere enorme, che sta chiaramente cambiando anche lo scenario delle serie televisive. Se una volta infatti erano le analisi di mercato a guidare le scelte, adesso è l’intelligenza artificiale a decretare quale serie non sarà finanziata e quale invece finirà sui nostri schermi. Non solo, le nuove tecnologie riescono a monitorare ogni azione dell’utente: tutto è controllato e analizzato, dall’accensione alla messa in pausa. Sembra inoltre che si stia lavorando anche per capire quali colori, suoni e scenari siano maggiormente in grado di colpire le persone.  

L’obiettivo è raccogliere una mole di dati sempre più consistente così da offrire al marketing risorse preziose per conoscere e anticipare i gusti del pubblico. D’altro canto, a lungo andare, questo sistema potrebbe ridurre i margini di creatività della regia e della sceneggiatura, dando vita a prodotti molto simili e privi di originalità. Insomma sono ancora molti i dubbi e le domande a riguardo, ma una cosa è certa: l’influenza dei Big data sulle serie tv rappresenta una rivoluzione ormai in atto. Solo il tempo ci permetterà di capirla e interpretarla al meglio, consentendoci di vedere con maggiore chiarezza e lucidità tutti i vari benefici e potenziali rischi.     

Fonte: https://www.macitynet.it/netflix-usa-lintelligenza-artificiale-per-capire-i-nostri-gusti-e-finanziare-serie-di-sicuro-successo/

#eotf_novembre2020

L’intelligenza artificiale è arrivata anche nel mondo delle ricerche online. L’avvento di Google Home e Alexa Echo Dot e la diffusione crescente dei dispositivi che utilizzano la “voice search” ne sono la dimostrazione. Se questi sistemi di riconoscimento vocale hanno fatto notevoli progressi negli ultimi anni, è infatti proprio merito delle tecnologie introdotte dal mondo della robotica e dell’intelligenza artificiale.

Moltissime persone, ormai, utilizzano la propria voce per le ricerche online o per ottenere risposte precise a domande puntuali, effettuate attraverso i propri assistenti virtuali. La “voice search” risulta infatti più immediata e permette di fare le proprie ricerche senza la necessità di digitare e inserire testo all’interno del motore. Si tratta, quindi, di una soluzione pratica e molto utile se abbiamo le mani o gli occhi occupati, ma vogliamo approfondire gli ingredienti di una ricetta o conoscere gli orari di un negozio. D’altra parte, parlare è molto più semplice che scrivere o, eventualmente, perdere tempo nella ricerca delle “keyword” più adatte per trovare l’informazione giusta.
Per questo motivo, sempre più utenti preferiscono optare per l’utilizzo di comandi vocali ed è facile immaginare che la voice search possa rappresentare, in un futuro non molto lontano, la naturale evoluzione delle ricerche online.

Secondo una ricerca di Pwc, in particolare, il 71% delle persone preferisce effettuare ricerche attraverso la voce piuttosto che digitare le query di ricerca. Uno studio ComScore del 2019, invece, ha evidenziato come il 51% degli acquirenti online negli USA utilizzi la “voice search” per la scelta di prodotti.

Tutto questo porterà sicuramente ad un maggiore investimento nella ricerca vocale da parte di Google. Lo strumento necessita infatti di essere perfezionato e, solo quando riuscirà a restituire risultati più precisi e dettagliati, potrà davvero sostituire la ricerca manuale. Tuttavia, bisogna riconoscere che gli stessi assistenti virtuali hanno già fatto molti progressi rispetto al passato e non è da escludere che l’evoluzione tecnologica possa portare a un’espansione dell’Internet of Things.

Presto molti device che ci circondano potranno essere dotati di un assistente virtuale ed ogni oggetto della nostra casa potrà essere attivato con un semplice comando vocale. L’evoluzione della “voice search” porterà inoltre ad un vero e proprio stravolgimento della SEO, ovvero la disciplina che comprende le tecniche volte a favorire il posizionamento di un sito web nei motori di ricerca. Tutti i contenuti presenti sul web dovranno essere ottimizzati per la ricerca vocale e andranno per questo riorganizzati e strutturati diversamente.

Per maggiori dettagli relativi all’evoluzione della “voice search” e approfondire le sue implicazioni, è possibile leggere l’articolo di Semrush.

https://it.semrush.com/blog/voice-search-il-futuro-della-ricerca-online/

#eotf_ottobre2020

L’ansia e lo stress sul lavoro sono un problema crescente, soprattutto in questi tempi pandemici, ma i robot basati sull’intelligenza artificiale potrebbero cambiare le sorti di molti lavoratori e diventare dei veri e propri alleati.

I danni arrecati al mondo del lavoro, dopo mesi di Covid-19, si contano non solo dal punto di vista economico ma anche relativamente al benessere fisico e mentale dei lavoratori. Per la maggior parte di loro il 2020 è stato l’anno più stressante di sempre, un lungo periodo di squilibri organizzativi ed emotivi.

Secondo quanto emerso dalla la ricerca AI@Work 2020, svolta da Oracle Cloud in collaborazione con Workplace Intelligence, su un campione di oltre 12.000 persone tra dipendenti, manager, leader delle risorse umane e alti dirigenti in 11 Paesi del mondo (Stati Uniti, Regno Unito, Emirati Arabi Uniti, Francia, Italia, Germania, India, Giappone, Cina, Brasile e Corea), quando i livelli di ansia, stress e rischio burn-out nel luogo di lavoro si fanno elevati, la tecnologia diventa lo strumento privilegiato per ridimensionare i problemi, e i dipendenti preferiscono rivolgersi a strumenti tecnologici piuttosto che avere un confronto con altre figure aziendali.

A molti di loro sono state poste domande generali volte a rilevare l’impatto psicofisico del Covid-19 sulle loro vite, per capire le conseguenze dello smart working e per esplorare come l’AI, chatbot e altri strumenti di interazione artificiale abbiamo avuto un ruolo fondamentale sul lavoro. Quel che è emerso è che le persone vogliono di più dalla tecnologia. Se in tempi passati il sentimento prevalente nei confronti delle macchine era la paura di perdere il posto di lavoro, oggi invece, i lavoratori individuano nei robot un valido strumento di supporto per contrastare ansia e stress.

I dati a livello mondiale, hanno dimostrato che il 68% degli intervistati preferirebbe parlare con un robot piuttosto che con il proprio manager e l’80% delle persone si dichiara disponibile ad avere un robot come terapeuta o consulente.
I dati che riguardano solo l’Italia non sono così differenti, segno che siamo di fronte a una serie di bisogni diffusi e generalizzati. Nel nostro Paese, infatti, i lavoratori che preferiscono uno strumento virtuale piuttosto che affrontare il proprio capo sono il 57%.

L’apprezzamento nei confronti dell’intelligenza artificiale non si ferma all’aiuto psicologico ma si estende anche al supporto tecnico: la maggioranza (51%) dei lavoratori dichiara che questi strumenti hanno permesso di “abbreviare la settimana lavorativa” concedendo più tempo di riposo e più tempo da trascorrere con la famiglia.

Per scoprire tutti i risultati della ricerca ti segnaliamo l’articolo di NetworkDigital 360 al seguente link.

#eotf_agosto2020

Quando si parla di Intelligenza Artificiale si pensa ad un futuro lontano, ad un realtà che verrà e stravolgerà le nostre vite con una convivenza uomo macchina che da tempo riusciamo ad immaginare grazie alla pellicola. 

Ma l’Intelligenza Artificiale è tra noi già da metà degli anni ’50 e da allora è intervenuta nella nostra società in modo sempre più importante.  Il McKinsey Global Institute stima che entro il 2030 l’AI porterà ad una crescita del 16% del Pil mondiale e avrà un impatto sul 70% delle aziende. Entro i prossimi 10 anni si prevede quindi un impatto decisivo sull’economia mondiale.

È in virtù di questi dati che, a partire dall’anno accademico 2021-2022, in Italia partirà il primo dottorato in Intelligenza artificiale. Con un finanziamento complessivo da 15 milioni di euro, il ministero dell’Università ha dato inizio al percorso italiano di ricerca sull’AI. Puntare quindi su formazione e ricerca per creare un sistema italiano sempre più competitivo.

L’Ai è il pilastro di una nuova rivoluzione industriale che avrà lo stesso impatto di trasformazione sulla società e l’industria prodotto in passato dal motore a vapore e dall’elettricità, afferma la Commissione Europea.

Il Mur ha costituito presso il Consiglio nazionale delle ricerche un Comitato con il compito di elaborare la strategia italiana nell’alta formazione per l’Ai e ha finanziato con 4 milioni di euro il Cnr e con 3,85 milioni di euro l’Università di Pisa al fine di implementare la strategia elaborata dal Comitato per dar vita al Dottorato nazionale in Intelligenza artificiale.

«L’intelligenza artificiale rappresenta uno dei settori ad alto impatto che condizioneranno la competitività dei Paesi nel prossimo futuro», ha detto il ministro Gaetano Manfredi.

Investire sulla formazione quindi più che importante risulta essere imprescindibile.

Per approfondire:
https://www.open.online/2020/08/05/italia-dottorato-intelligenza-artificiale-disponibili-prime-194-borse-studio/?fbclid=IwAR2PtHwRhjI22gIMrteyiMicAiWAsRtUEUpagNL-gct0sVgyO9fkgofO-Vo
https://www.cnr.it/it/news/9595/il-dottorato-nazionale-in-intelligenza-artificiale-un-opportunita-per-il-paese

#eotf_luglio2020

La natura è fonte di ispirazione continua per realizzare nuove tecnologie e migliorare quelle esistenti. L’evoluzione della soft robotics, la scienza dei robot morbidi, senza scheletro né componenti rigide, stavolta si è ispirata all’ambiente marino, nello specifico alla medusa.

I ricercatori di Ingegneria della North Carolina State University e della Temple University hanno sviluppato le  cosiddette meduse-bot con una tecnica che utilizza polimeri precompressi per rendere più potenti i soft robot. Gli ultimi prototipi hanno così superato in velocità  le loro controparti naturali.

Il binomio scienza-natura compie un altro passo in avanti verso un nuovo futuro.
Quali le implicazioni?  

Per approfondire https://bit.ly/2ZOFsQ2